Diritti umani e ambiente: il colosso brasiliano Vale è la peggiore società 2012

Al primo posto tra i produttori mondiali di ferro, ma anche nella classifica delle sei peggiori società per impatto ambientale e violazione dei diritti umani: la multinazionale brasiliana Vale si è aggiudicata così il Public Eye Award 2012, premio “alla rovescia” conferito ogni anno in occasione del World Economic Forum.

“Battuti” anche i colpevoli di Fukushima. Oltre 25mila i voti online incassati dal colosso minerario, abbastanza per sbaragliare la concorrenza, superando - anche se di poco - la maggiore compagnia energetica giapponese, Tepco, seconda con 24mila voti nonostante le pesanti implicazioni nel disastro di Fukushima (la società è accusata di aver investito risorse insufficienti nella sicurezza strutturale delle centrali, con le conseguenze ormai note).

Una diga per risparmiare, a scapito dell’Amazzonia. A giudicare dalle motivazioni per la sua candidatura fra le “peggiori sei”, il gruppo Vale sembra aver meritato la vittoria. A livello ambientale, la società partecipa al progetto di costruzione della diga di Belo Monte sul fiume Xingu, in piena Amazzonia. L’opera, dal costo di 17 miliardi di dollari, comporterebbe la devastazione dell’ecosistema fluviale e il trasferimento forzato della comunità locale, 40mila persone costrette a lasciare il territorio “senza voce in capitolo, né adeguato risarcimento”. “Chiaramente – si legge ancora -, Vale sta partecipando al progetto allo scopo di assicurarsi una fornitura economica di energia per le proprie operazioni minerarie in Amazzonia, già esistenti e pianificate”. Anche sul versante dei diritti umani, la multinazionale brasiliana ha compiuto abusi notevoli: tra gli altri, lo spostamento forzato di migliaia di persone in Mozambico e l’uso di truppe paramilitari per reprimere il dissenso in Perù, cui si aggiunge una lunga lista di danni ambientali e fisici per le popolazioni che vivono a ridosso delle industrie di carbone.

Quello che la pubblicità nasconde. Si calcola che il 4% della CO2 prodotta in Brasile derivi dagli stabilimenti Vale, responsabili diretti dell’inquinamento acquifero (114 milioni di metri cubici di oli industriali sono stati gettati, solo nel 2009, in fiumi e oceani) e dell’aver esposto a sostanze tossiche la popolazione civile. La società è stata finora abbastanza scaltra da salvare, con una massiccia propaganda mediatica, l’immagine del marchio: a fronte di un quadro devastante, finora è stata coinvolta in un numero abbastanza esiguo di processi e di indagini penali (due anni fa, rispettivamente, 111 e 151).

I peggiori sei. Tra le società candidate come “peggiori” dalle Ong, figurano anche nomi eccellenti: Samsung (terzo posto, 19.000 voti) e Barclays (quarto posto, 11.000 voti). Negli stabilimenti della multinazionale sudcoreana, l’uso di sostanze altamente tossiche ha fatto sì che almeno 140 lavoratori - mai informati né protetti – si ammalassero di cancro, e che 50 giovani operai morissero;  a ciò si aggiunge mezzo secolo di inquinamento ambientale, corruzione, evasione fiscale. Il gigante bancario Barclays (premio della giuria) è invece accusato di aver “scommesso sulla fame speculando sul prezzo del cibo”, riducendo così in condizioni di estrema povertà, solo nella seconda metà del 2010, circa 44 milioni di persone nel mondo.
La svizzera Syngenta (quinto posto, 6mila voti), maggior produttrice mondiale di prodotti agrochimici, si è guadagnata un posto nella top six vendendo prodotti tossici per l’ambiente e gli esseri umani, causando la morte di migliaia di agricoltori. Già bandita dal mercato europeo, la società continua a vendere indisturbata nel resto del mondo: si stima che il 90% dell’acqua potabile del Midwest degli Stati Uniti sia stato contaminato da un pesticida a base di atrazina, prodotto dalla Syngenta.
Chiude la classifica la Freeport: “Da 45 anni – è il motivo dell’inclusione – la corporazione mineraria statunitense inquina, con le sue miniere, l’ambiente nel West Papua. Coloro che alzano la voce vengono torturati e uccisi”.

Anche Walt Disney nella “Hall of Shame”. La breve storia del Public Eye Award (il premio venne conferito per la prima volta nel 2005) riserva alcune sorprese. Tra i passati vincitori spicca la Walt Disney co., “peggiore” del 2006 sul fronte dei diritti umani. La compagnia subappalta la produzione dei giocattoli ad aziende cinesi, senza curarsi degli abusi che avvengono all’interno degli stabilimenti, tra cui turni di lavoro da 15 ore, mancanza di tutele e salari ben al di sotto del minimo. La compagnia ha dimostrato un totale disinteresse per la questione, nascondendosi dietro presunti controlli periodici, che in realtà si risolvono in visite superficiali e facilmente fuorviabili da chi gestisce le fabbriche. Peggio ancora, la compagnia ha rifiutato (a differenza della Nike) di pubblicare un elenco dei propri fornitori, dimostrando di sapere, ma di voler ignorare, le pessime condizioni di lavoro. L’anno precedente, anche la multinazionale Walmart è risultata “peggiore” per lo stesso motivo. E la lista continua, tra banche, imprese farmaceutiche e società energetiche. Multinazionali spregiudicate, con denaro sufficiente per comprare tutto il silenzio del mondo.

Qui di seguito i vincitori delle edizioni precedenti:
[2011] Neste Oil / AngloGold Ashanti
[2010] Royal Bank of Canada / Roche
[2009] Newmont / BKW
[2008] Areva / Glencore
[2007] Bridgestone / Novartis
[2006] Walt Disney / Citigroup
[2005] Dow Chemicals / Shell / Wal-Mart / KPMG

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